L’opera dei pupi
L’Opera dei pupi è il teatro tradizionale delle marionette del meridione d’Italia. Nato nella prima metà dell’Ottocento, si sviluppò in Sicilia, Puglia, Roma e Napoli, ma assunse connotazione di teatro popolare di massa e vero e proprio fenomeno sociale solo in Sicilia.
Distinguiamo le due tradizionali scuole siciliane dell’opera dei pupi: quella palermitana e quella catanese. La prima è caratterizzata, tra l’altro, da un tipo di manovra che vede sullo stesso piano, lateralmente, le marionette e gli opranti e dall’utilizzo di pupi alti da 80 cm ad un metro. La seconda si caratterizza per l’utilizzo di pupi alti fino a 130 cm che comporta una manovra effettuata dall’alto tramite un ponte innalzato dietro il palco e per la maggiore ampiezza del boccascena, anche se di recente alcune compagnie di scuola catanese hanno rimpicciolito i loro pupi per esigenze sceniche portandoli a misure che assomigliano a quelle palermitane, pur non variando il loro tipo di manovra.
La scuola palermitana dell’opera dei pupi, nata nel capoluogo nei primi anni dell’Ottocento, si è poi sviluppata anche nelle altre province della Sicilia occidentale: Trapani, Agrigento, Caltanissetta. Nelle province della Sicilia orientale si è invece affermata la scuola catanese: a Messina, Siracusa e Ragusa.
Per dare un’idea del fenomeno bisogna considerare dal punto di vista storico la consistenza delle compagnie e dei teatri, attraverso le testimonianze degli studiosi che si sono occupati dell’opra dei pupi siciliani.
Il Pitrè, nella ricognizione del 1885, nel suo “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano”, nel capitolo dedicato al “Teatro delle Marionette”, parla di 25 teatri in tutta l’Isola “ … di cui due in Messina, tre in Catania, nove nella sola Palermo (…). Carini, Balestrate, Alcamo, Trapani, Marsala, Girgenti, Terranova, Caltanissetta, Termini, Trabia, hanno ciascuna la propria opra stabile. Tre o quattro opranti passano da paese a paese…”.
Il Cocchiara, allievo del Pitrè, contava ancora a Palermo nel 1937 dodici pupari.
Negli anni ’50 Ettore Li Gotti nel suo “Il teatro dei pupi”, scrive “…oggi degni di questo nome (puparo) non ne restano che quattro (…) non computando quelli che lavorano saltuariamente o si sono ritirati da poco…” , in tutto nove opranti.
Antonio Pasqualino, infine, nel suo “L’opera dei pupi” del 1977descrive la crisi ormai compiuta e la difficoltà dei pupari a rimettersi in attività.